Versi diversi

EPIGRAMMI, SATIRE, AFORISMI, LIRICHE, RITRATTI E ALTRI DIVERTIMENTI

16 dicembre 2010

Donne e motori. Ma se entrambi sono d’epoca?


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LA MODA DELLE VITTURE INGRESI

Ma n’vedi tu sì che s’ha da vede:
quattro paini che ffanno avant-in-dré
su e giù p’er Corso, commidi a ssede,
mostranno er culo delle cabbriolé.
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Disce: "Volemo fa come l’ingresi
che a casa loro ci hanno l’emme-gi".
Ma nun zanno adoprà bene l’arnesi
e la vittura s’abbiocca lli ppe’ lli.
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Tra loro so’ tutti Mister e Milordi,
ma ar bar ("yes, pagherò a fine mese")
so’ tutti "Sarvatore-senza-sordi".
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E vorria proprio sape’ chi je ‘o fa fa’:
pe’ quattro befane sgallettate
che je mostrano ‘e cosce sur zofà?

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La bellissima, incolpevole, Mg (vedi in foto il modello TC),  il simbolo di tutte le spider sportive d’epoca, è presa di mira con encomiabile, anzi davvero unico – ammetterete – spirito autoironico. La foto infatti ritrae proprio l'auto dell'autore. E lui stesso, in epoca lontana, sia pure riluttante e per fare un piacere all’amico presidente, fu segretario fondatore dell’Mg Car Club d’Italia (ideatore e presidente: Paolo Bordini). Oggi, rifacendo malamente il verso ai sonetti del grande poeta romanesco G.G.Belli, caro sia al presidente che al segretario d’allora, la satira qui si posa sull'innocuo snobismo filo-inglese degli appassionati di auto antiche, immaginando come fa il Belli quello che un popolano ignorante potrebbe pensare o dire. Ma l’Autore, giura, non c’entra nulla: quelle qui rappresentate non sono le sue idee. Anzi, ai club di auto d’epoca va riconosciuto il grande merito culturale, certo, di conservare a proprie spese veri e propri musei viaggianti della tecnologia e dell’artigianato, oltre al merito ecologico del "riuso" o del prolungatissimo uso d'un bene durevole come l’automobile, diventato oggi di rapido, troppo rapido, consumo.

Che poi la prima quartina metta alla berlina l'esibizionismo, la seconda l'incapacità tecnica, la prima terzina l'avarizia inglese, e la seconda la venustà assai problematica e neanche di primo pelo delle donne dei club di "veteran cars", be', questo fa parte della naturale cattiveria, spesso gratuita, della satira, che scherzando scherzando dice o crede di dire la verità.

31 ottobre 2010

Quando il doppio silenzio tiene il posto del dialogo

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LO SPECCHIO
INFRANTO
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Io lo so
che tu sai
che io lo so.
Ma non
per questo
te lo farò
sapere.

16 agosto 2009

A chi il lauro e il mirto? A tanti. Anzi, a tutti quanti

LI POVETI DELL'ISTATE ROMANA
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Saffo de bborgata,
Mimnermo de Testaccio,
Bbodelér der Zalario,
quant’è duro er Carvario

cor microfono 'n faccia.
Poesia? Poesiaccia:
tutti in piazza pe’ li verzi
e li diverzi,
e da 'sto cambio
er politico ce fa er su' guadambio.
E artro che verzi: comizi, manifesti, proclami, aringhe: (1)
la curtura è 'n zalame legato co le stringhe.
P’ er popolo cojonazzo
che pure co j' artoparlanti
nun ce capiva 'n cazzo.
Disce: ma Ginsberg, Ferlinghetti, Ccorso
l’aveveno già fatto, e loro erano avanti,

erano er Verbo, co' tutti li Santi.
Ma chi saranno stati! Tre fra ttanti.
Vòi mette li poetanti

dell’Istate Romana?
Erano tanti, ma proprio tanti.

Li mejo parasintattici,
metagrammatici,
polisemantici
poetanti.
E artro che Verbo:

ereno verbo, avverbio e proverbio
e
je facevano ‘n baffo a tutti quanti.
Sì, ridi, ridi, te li ricordi i readings?

C’era pure Coso, quer poveta fuso,
che mannava affanculo a pugno chiuso.
E chi nun ce capiva gnente
applaudiva lo stesso alegramente:

a quei tempi era l’uso.
Che ttempi.
Contro er Potere? Un ccorno:
je fregava assai ar Governo
che a Roma fusse istate o inverno.
Perché, come diceva er Poveta, la curtura
è 'n zalame comprato a
uffo
(2)
da spartisse tra ttanti.
Perciò, taja ch’è rosso.
(3)
A chi er lauro e er mirto? A tutti quanti.

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NOTE
1. Arringhe. Il vizio romanesco di eliminare le doppie suona qui presa in giro.
2. A credito. Ma qui: sul conto di tutti, cioè dei cittadini.
3. Sottinteso: il cocomero. Vuol dire "una pacchia", un "Bengodi" (cfr. G.G.Belli).

09 aprile 2009

Poesia metasemantica

Bambina contorsionista di Ulan Bator (Mongolia). E' evidente che si sta annoiando: "In questo dannato circo non succede mai nulla di strano", sembra che voglia dire. Chissà, a corto di argomenti, un critico di teatro o di danza potrebbe sostenre che quella della bambina è un'azione di protesta, anzi, un'acrobazia metasemantica.
...
Oh, nantone, nantone, perché ti ritelli?
Spande la sirta lieve i suoi travanni
e il blavin colso supera l’irtallo.
Giù nella truina trufa il topogo
e l’afio sgueglio emolle il trigorago.
Vedi? Una medra avevi alla stelma
e col bisetto vivevi da alife. E allora?
Il quispolone e la tisa ora servi,
e l’oporino, certo, ti attende al martegallo.
Quanti visaggi, eh, quanti visaggi?
Come se il tormo e l’irca ti tanfassi!
Senti a me: lurpa le dispi e talli
E più non quemolare.

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Dedico questa composizione metasemantica a Fosco Maraini (v. il mio primo commento) e ai grandi Futuristi del Passato, anzi, per non offendere nessuno, ai grandi Passatisti del Futuro.

31 marzo 2009

Crudelia, virago per celia

L’avevo vista lanciarsi dal bus in corsa
nell’ora di punta
con posa plastica, planante,
da vera paracadutista della vita,
mènade urlante e proterva
bellissima e ignorante.
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Comandava
uno stuolo di maneschi
perduti giovinastri
che forse allevava segretamente
in remoti antropocèi
con i modi bruschi e grotteschi
dell’arroganza virile
appresi nei film sulla Legione
o nei western di terza visione.
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L’ho riconosciuta vent'anni dopo,
l’altro ieri,
davanti a un locale di musica rock
fasciata strettissima di nero lucido
con lo spacco dell’inguine evidente
e il monte di Venere in avanti,
lanciarsi con una moto da corsa
nel traffico dell’ora di punta
con posa plastica, planante,
da vera paracadutista della vita,
tra una coorte di dolicocefali
con i capelli tagliati a spazzola
stupefacenti stupiti stupidi stupendi.

30 marzo 2009

Vini e Oli

Figuratevi se all’Osteria del Falcone
mi mischio con i vecchi del rione.
Ma ieri tra le tante baggianate
una mi piacque assai e la ridico:

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L'uomo è il vino e la donna è l'olio,

ripeteva l'Osvaldo del Sant'Orso
sbattendo le carte sul tavolo.

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Strano, avrei detto il contrario, dico.

Tu, risponde senza guardarmi,
‘un ne indovini una:
Come il vino, l'uomo vecchio è più bono,

se è bono.
Come l’olio, la donna nuova è più bona,
se è bona.
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E se è cattiva? domanda il Bischero.
Dio ci scanni,
fa l’Osvaldo, non sentirà mai gli anni.

09 marzo 2009

Le more di Leopardi

Stolta nutrice, ignara d’animi geniali,
al perfido Giacomino offerì l’ali:
un sorbetto di frutti di rovo rude
di "quella siepe che il guardo esclude".
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Ma anziché invocar tra le piante illogica vedetta,
non poteva munirsi d'un'umile panchetta?
Però, a quel desso il dolce prese il core.
"E il naufragar m’è dolce in queste more".

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Leopardi, è noto, era molto goloso. Lo scorso autunno, gustando una coppa di more al limone, con panna, me ne uscii con una delle mie solite freddure o parafrasi: "E il naufragar m'è dolce in queste more". E mi scrissi un appunto. Ora l'ho ritrovato e vi ho voluto costruire sopra, a freddo, una satira, una storia, che lo giustificasse. Insomma, come a immaginare in maniera iconoclastica (essendo io un grande estimatore della poesia e dell'intelligenza di Leopardi) che quella follia, quel finto errore di stampa, potessero anche avere un perché.