Versi diversi

EPIGRAMMI, SATIRE, AFORISMI, LIRICHE, RITRATTI E ALTRI DIVERTIMENTI

16 marzo 2016

Per chi odia i colori, anche la felicità è solo un nome.

LA GIORNATA DELLA FELICITA’

Amava l’antracite. 
Colore che non si fa
vedere snon sei
buio dentro. 
C’è ma non c’è. 
E se c’è, deprime. 
Già il nero-nero lo urtava. 
Non è mai vero, diceva. 
Un tempo, forse,
ai tempi del bisnonno
c’era il vero nero. Ora non più.
Sofisticato. Come tutto ormai. 
Corrotto da un'ombra di blu, 
blu non chimico ma ottico. 
Colore disonesto, diceva.
E viola, verde, azzurro? 
Neanche parlarne: 
rifrangenti, loffi, viziosi. 
Poco meno che sfumature
di bianco, praticamente.
E rosso e giallo? Tinte
seduttive, tossiche, tinte
puttane, diceva. 
Da vietare per legge. 
Roba da malattia mentale
Sparirebbero pazzi
e criminali solo scolorando
la Terra. E bastava volerlo
e i colori sarebbero spariti.
Perché non esistono, diceva. 
Sono invenzione arbitraria
e malata d'un cervello troppo
fantasioso. 

Soffriva, dicevano psichiatri
alternativi, di pseudo distonia
cromatica ossessiva, ultimo
stadio d’una antica
schizofrenia. Macché,
diceva un ciarlatano, aveva
colpito amigdala e ipotalamo
e già intaccava la dura madre
sacrale (ma aveva cominciato
più giù, nell’epididimo),
un virus raro ai tempi in cui
suo padre fotteva donne
in Angola. 

Vedeva così nero dappertutto
che perfino il grigio del cemento
degli architetti di Quarto 
Oggiaro e Tor Bella Monaca
(che, però, mica scemi,
abitano a Brera o San Siro, Parioli
o Camilluccia), era troppo
abbacinante per lui, 
luce due volte offensiva 
per stile e chiarore. 

Ma lo rianimò il calendario:
era giusto il 16 marzo. Qualche
burocrate infelice terminale
l'aveva eletto Giornata 
mondiale della Felicità. 
L’infelice idea gli piacque
e si adeguò. Che non si dicesse
in giro, dopo morto, che era lui
il diverso, lo strano
sempre in disaccordo col Mondo. 
Anzi, lo seguiva.
E così, riuniti parenti e amici
infelici e affranti, si dichiarò felice.
Gettandoli nella più cupa
disperazione. 
E così spirò senza quei soliti
lamenti da infelici
alle ore 18 e 15
della Giornata mondiale
della Felicità.

IMMAGINE. Luca Signorelli, grande pittore del Rinascimento: studio a matita per una testa maschile.

AGGIORNATO IL 25 LUGLIO 2016

13 marzo 2015

Amori, odi & vendette: è il sereno ufficio di sole donne

ijkkkk9i9Se anche nei conventi – raccontano antichi cronisti e moderni scrittori – succede di tutto, figuriamoci negli uffici, tanto più se in prevalenza condotti da donne. E del resto, quale occupazione si addice all’indole femminile più d’un “tranquillo” ménage tra quattro mura, ben riparato dalle intemperie della Natura (ma non da quelle dell’animo), uniche armi improprie un computer, una fotocopiatrice e un telefono mobile? Che cosa non si riesce a fare con questi soli tre aggeggi! E’ lì, in ambienti ovattati di moquette blu ritmicamente solcata dal passo autoritario dei tacchi a spillo, che si scatenano le terribili guerre di odi e d’amori tra donne.

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SPETTABILE DITTA

Bellagamba amava Pellechiara

che amava Coscialunga

che amava Ditadoro,

perché negli amori brevi, si sa,

gli opposti si attraggono,

nei lunghi, è noto, si respingono.

Perciò Tuttalingua ragioniera

bionda di terzo livello

desidera Senoalto, aggiunta in prova

del servizio fotocopie,

dolcemente materna

nei momenti di abbandono,

implacabile però con l’Ufficio matricola,

alias la viziata Lungocollo

capelli rossi e labbra di fuoco.

Ora tutto tace al reparto spedizioni

dove il Capo vigila 

la crudele Tacchiaspillo

dalle unghie affilate,

e la parola è rimandata

a tempi migliori.

Sarà dunque solo per uno sguardo rubato

che Culpiccolo neoassunta di Alghero

dal piede di odalisca

adora la pugliese Ficabruna

dagli occhi del color dell’ametista,

e in archivio Vitadivespa

efebica tastierista in prova

(abilissima, si dice, nel diteggiare ovunque)

arde d’amore per Belsedere

dottoressa capo del personale?

Le ha inviato una email d’amore

che inizia così:

“Spettabile ditta…”

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AGGIORNATO IL 13 MARZO 2015

11 ottobre 2012

Concerto per flauto, gamba e viola da gamba.

Viola da gamba
«Signora, lei ha fra le gambe uno strumento che potrebbe dare piacere a migliaia di persone, e tutto ciò che fa è grattarlo?». 

Thomas Beecham, direttore della London Simphony Orchestra, a una violoncellista dal cattivo suono.



LA BELLA VIOLISTA
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Violista da gamba
Che vista
Che vista
Se il suono contrista
Che vista
Che coscia
Che vista la coscia
Violista da gamba
Che trista
Se il suon la rattrista
Che vista
Che vista
Violista da gamba
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ISTRUZIONI PER L’USO. Lo scherzo, a seconda del carattere e della predisposizione del dicitore, va recitato con voce acuta contraffatta e in modo infantile e annoiato-cantilenante, come di bambino della prima elementare che recita la Vispa Teresa, oppure come una poesia di Palazzeschi, oppure in tono passionale e maniacale-delirante, alla Paolo Poli o alla Carmelo Bene.

AGGIORNATO IL 15 APRIL22 MARZO 2015

16 dicembre 2010

Donne e motori. Ma se entrambi sono d’epoca?


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[Neo-romanesco]

LA MODA DELLE VITTURE INGRESI

Ma n’vedi tu sì che s’ha da vede:
quattro paini (1) che ffanno avant-in-dré
su e giù p’er Corso, commidi a ssede,
mostranno er culo delle cabbriolé.
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Disce: "Volemo fa come l’ingresi
che a casa loro ci hanno l’emme-gi".
Ma nun zanno adoprà bene l’arnesi
e la vittura s’abbiocca (2) lli ppe’ lli.
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Tra loro so’ tutti Mister e Milordi,
ma ar bar ("yes, pagherò a fine mese")
so’ tutti "Sarvatore-senza-sordi".
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E vorebbe proprio sape’ chi je ‘o fa fa’:
pe’ quattro befane sgallettate (3)
che je mostrano ‘e cosce sur zofà?

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NOTE. 1. Tipi azzimati e vistosamente eleganti, o borghesi, presi di mira dai popolani. 2. Si ferma, viene meno, perde le forze. In origine era: si accovaccia come una gallina quando vuol covare (G. Margini, Reggia Oratoria. Napoli 1832). 3. Termine dispregiativo, equivalente di “vecchie puttane”. Presso il popolino maschilista e reazionario romano “sgallettata” dicevasi di ragazza di facili costumi che, come gallina “ingallata” dal gallo, ha abbondantemente provato il sesso.

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COMMENTO. La bellissima, incolpevole, Mg (vedi in foto il modello TC),  simbolo di tutte le spider sportive d’epoca, è presa di mira con encomiabile, anzi davvero unico – ammetterete – spirito autoironico. La foto infatti ritrae proprio l'auto dell'autore. E lui stesso, in epoca lontana, sia pure riluttante e per fare un piacere all’amico presidente, fu segretario fondatore dell’Mg Car Club d’Italia (ideatore e presidente: Paolo Bordini). Oggi, rifacendo malamente il verso ai sonetti del grande poeta romanesco G.G.Belli, caro sia al presidente che al segretario d’allora, la satira qui si posa sull'innocuo snobismo filo-inglese degli appassionati di auto antiche, immaginando come fa il Belli quello che un popolano ignorante potrebbe pensare o dire. Ma l’Autore, giura, non c’entra nulla: quelle qui rappresentate non sono le sue idee. Anzi, ai club di auto d’epoca va riconosciuto il grande merito culturale, certo, di conservare a proprie spese veri e propri musei viaggianti della tecnologia e dell’artigianato, oltre al merito ecologico del "riuso" o del prolungatissimo uso d'un bene durevole come l’automobile, diventato oggi di rapido, troppo rapido, consumo.

Che poi la prima quartina metta alla berlina l'esibizionismo, la seconda l'incapacità tecnica, la prima terzina l'avarizia inglese, e la seconda la venustà assai problematica e neanche di primo pelo delle donne dei club di "veteran cars", be', questo fa parte della naturale cattiveria, spesso gratuita, della satira, che scherzando scherzando dice o crede di dire la verità.

AGGIORNATO L’11 MAGGIO 2014

31 ottobre 2010

Quando il doppio silenzio tiene il posto del dialogo

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LO SPECCHIO
INFRANTO
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Io lo so
che tu sai
che io lo so.
Ma non
per questo
te lo farò
sapere.

16 agosto 2009

A chi il lauro e il mirto? A tanti. Anzi, a tutti quanti

[Neo-romanesco].
LI POVETI DELL'ISTATE ROMANA (1)
Saffo de bborgata,
Mimnermo de Testaccio,
Bbodelér der Zalario,(2)
quant’è duro er Carvario
cor microfono 'n faccia.

Poesia? Poesiaccia:
tutti in piazza pe’ li verzi
e li diverzi, e da 'sto cambio
er politico ce fa er su' guadambio.

E artro che verzi: comizi,
manifesti, proclami, aringhe:(3)
la curtura è 'n zalame legato co le stringhe.
P’ er popolo cojonazzo
che pure co j' artoparlanti
nun ce capiva 'n cazzo.

Disce: ma Ginsberg, Ferlinghetti, Ccorso
l’aveveno già fatto, e loro erano avanti,
erano er Verbo, co' tutti li Santi.

Ma chi saranno stati! Tre fra ttanti.
Vòi mette li poetanti
dell’Istate Romana?

Erano tanti, ma proprio tanti.
Li mejo parasintattici,
metagrammatici,
polisemantici
poetanti.

E artro che Verbo:
ereno verbo, avverbio e proverbio
e je facevano ‘n baffo a tutti quanti.

Sì, ridi, ridi, te li ricordi i readings?
C’era pure Coso, quer poveta fuso,
che mannava affanculo a pugno chiuso.

E chi nun ce capiva gnente
applaudiva lo stesso alegramente:
a quei tempi era l’uso.

Che ttempi.
Contro er Potere? Un ccorno:
je fregava assai ar Governo
che a Roma fusse istate o inverno.

Perché, come diceva er Poveta, la curtura
è 'n zalame comprato a uffo (4)
da spartisse tra ttanti.

Perciò, taja ch’è rosso.(5)
A chi er lauro e er mirto?

A tutti quanti. 


NOTE
1. Nella Roma del sindaco Argan (critico e storico dell’arte) e dell’assessore alla cultura  Nicolini (architetto e creativo inventore della “Estate Romana”), dal 28 al 30 giugno del 1979, sulla spiaggia di Castelporziano, andò in scena quello che gli ideatori (Simone Carella, Ulisse Benedetti e Franco Cordelli) chiamarono “Primo festival internazionale dei poeti”.
2. Salario, un quartiere borghese di Roma.
3. Arringhe. Il vizio romanesco di eliminare le doppie suona qui presa in giro.
4. A ufo, cioè a sbafo, o almeno a credito. Ma qui: sul conto di tutti, cioè dei cittadini.
5. Sottinteso: il cocomero. Vuol dire “una pacchia”, un Bengodi per tutti (cfr. G.G. Belli).

IMMAGINE. Allen Ginsberg, uno dei primi teorici (e pratici) della poesia in piazza.

AGGIORNATO L'8 LUGLIO 2016

09 aprile 2009

Poesia meta-semantica per geni compresi: il Nantone.

Va ben oltre Palazzeschi e il Futurismo. La poesia meta-semantica o puramente fonetica, al di là d’ogni plausibile significato logico-verbale, tenta la via della pura musicalità ritmica, d’un eversivo non-sense, fino al limite del nichilismo anti-artistico (se non si rivelasse subito auto-ironica). Rinuncia al significato verbale per imitare la musica, anche quella d’avanguardia... I Futuristi sembrano inguaribili tradizionalisti, al confronto. Ma non mancano precedenti illustri a cui mi sono ispirato. Ecco alcuni versi di una poesia meta-semantica dell'orientalista e antropologo Fosco Maraini, padre di Dacia:

«Il lonfo non vaterca né gluisce / e molto raramente barigatta / ma quando soffia il bego a bisce bisce / dilenga un poco, e gnangio s' archipatta....»

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LA PISPA DI NANTONE

Oh, nantone, nantone, perché ti ritelli?

Spande la sirta lieve i suoi travanni

e il blavin colso supera l’irtallo.

Giù nella truina trufa il topogo

e l’afio sgueglio emolle il trigorago.

Vedi? Una medra avevi alla stelma

e col bisetto vivevi da alife. E allora?

Il quispolone e la tisa ora servi,

e l’oporino ti attende al martegallo.

Quanti visaggi, eh, quanti visaggi?

Come se il tormo e l’irca ti tanfassi!

Senti a me: lurpa le dispi e talli,

e più non quemolare.

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AGGIORNATO IL 22 MARZO 2015